domenica 10 giugno 2012

Una Pinta d'Inchiostro Irlandese

Mi misi in bocca la quantità di pane che bastava per tre minuti di masticazione, poi ritrassi le mie facoltà di percezione sensoriale e mi ritirai nell'intimità della mia mente, mentre i miei occhi e il mio viso assumevano un'espressione vuota e preoccupata. Tema delle mie riflessioni: le mie attività letterarie, a cui dedicavo le mie ore libere. L'idea che un libro dovesse avere un solo inizio e una sola fine, non mi convinceva. Un buon libro poteva avere tre inizi completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nela prescienza dell'autore, e finire, se necessario, in trecento maniere diverse.

~ Flann O'Brien ~

giovedì 7 giugno 2012

Amanda Paris

La mente di Renata si era fermata in qualche luogo lontano dal caos della metropoli, dai fumi delle ciminiere e dalla pioggia battente, in equilibrio su un filo d’acciaio teso tra la Torre Eiffel e Place de la Concorde, senza paura di cadere, senza paura di schiantarsi sul traffico parigino sfavillante di paillettes e chiffon.
Un sorriso le sfiorò il viso, socchiuse gli occhi per mettere a fuoco la sua miserabile felicità. Alberto non faceva parte di quella felicità, lui era semplicemente un passatempo.
Per Alberto, invece, Renata era tutto.
Era da tanto che sognava di fare un viaggio con lei, e per giunta a Parigi.
La vide assorta e restò in disparte osservandola, come si osserva un quadro, da lontano per meglio ammirarne le sfumature dei colori, per carpire il moto infinito delle linee d’ombra.
Adorava il viso di lei, i suoi lineamenti morbidi e angelici, quei lunghi silenzi in cui immaginava le frasi d’amore che forse un giorno avrebbe detto per lui, momenti di placida assenza, in attesa che la voce di lei spezzasse il silenzio.
Renata finì di fumare, si voltò per spegnere la cicca nel posacenere e finalmente lo vide sulla soglia della porta della cucina, irritata e cinica, gli disse:
—  È molto che stai lì impalato come un cretino a spiarmi?
—  Scusami, non ti stavo spiando, mi piaceva osservarti, avevi un’aria così serena…
— Proprio perché avevo un’aria così serena hai pensato bene di venire a rompermi le palle?! Ma un momento di respiro non me lo lasci mai?
—  Scusami, mia cara. Torno a letto.
—  Scusami, mia cara, — scimmiottò con un acido farsetto, — sai dire soltanto cazzate di questo genere?
Renata gli voltò le spalle, ributtò le gambe sul tavolo e si accese un’altra sigaretta.
                     Alberto restò per un attimo interdetto, poi sorrise amaramente.
Si chinò su di lei e con un bacio la soffocò.
La soffocò vomitandole in gola tutte le parole d’amore che non aveva mai potuto dirle.
Infine, guardando gli occhi di lei che lentamente si affacciavano dalle orbite, le sussurrò, c’est la vie...mon amour...e continuò a soffocarla, dolcemente.

A me toccò eliminare il cadavere e duemila euro cash.


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